martedì 30 marzo 2010

La vita che si vuole o quella che la vita vuole da te?

Per Antonio di Marco

Un mio ex allievo mi scrive che ho fatto una vita un po' diversa dal 'normale' e che mi si addice la seguente frase di Hugo von Hofmannsthal (dal suo volume 'Il libro degli amici' del 1922) "Il genio crea concordanza tra il mondo in cui vive e il mondo che vive in lui".
A parte che non sono un genio, questa frase mi ha fatto molto riflettere così come quando gli amici mi dicono che io ho voluto una vita da sola, senza un compagno...il che non è poi vero. Agli amici rispondo sempre che questa vita mi è capitata per una serie di contingenze e che sicuramente agli inizi non la volevo così; poi, viste le contingenze...mi sono adattata e ho cercato di trarne il frutto migliore, di viverla per come veniva.
Ecco l'Etiopia, mio primo rifugio dopo un dolore che temevo mi atterrasse definitivamente. A 28 anni nulla ti atterra e la vita prende il sopravvento. Sei mesi ad Addis Abeba: la foresta, gli altipiani, le 'sharmutte' ('signore disinibite', si direbbe adesso) che ricevevano clientela nelle loro abitazioni di fronte al residence dove abitavo e che conoscevo. Quando dovetti tornare a Roma, chiusero gli 'esercizi' per un'ora e mi offrirono un té, chiedendomi dell'Italia...parlavano male o poco bene l'italiano. Strano che ora questo ricordo mi è tornato vivido alla mente!
Cercavo anche di farmi del male correndo in macchina, finché un giorno, vedendo gli eucalipti dall'alto della finestra di casa mia, le donne che lavavano panni sotto al sole, sentendo una dolcissima musica, la Pavane Opus 50 di Fauré, compresi che avevo la vita in pugno e piansi lacrime di gioia. Avevo ricominciato a vivere.
Poi altri viaggi e altre esperienze eccezionali che si accumulavano e mi rendevano sempre più una persona forse 'difficile', lo ammetto, da avere accanto e a ogni delusione, mi sono sempre buttata a capofitto in un nuovo viaggio, in una nuova avventura fino all'ultimo deserto in Oman, per decidere cosa fare del resto della mia vita.
Sono però convinta che ho fatto la vita che ho voluto e anche quella che la vita ha voluto da me, in un intreccio inestricabile: dove finiva la mia volontà e dove iniziava il forte scorrere delle circostanze che mi obbligavano a fare quello che non avrei mai pensato di fare. Ho dato qualche colpo di barra per rimettere la barca nella giusta direzione, ma di sicuro qualche volta la barca mi ha condotta da sola nella direzione che lei stessa riteneva giusta...e io ho accettato!
Firuzeh

sabato 16 gennaio 2010

Una ricchezza dell'anima: il perdono.

Dopo un lungo e per me costruttivo silenzio torno a scrivere su queste pagine. Un anno nuovo e un momento nuovo di vita. Come se la fine burocratica di un anno solare e poi l'arrivo della primavera, avesse portato anche la fine di alcuni problemi del vecchio anno. Ho elaborato con grande fatica un lutto, ho ripreso una serenità che mi mancava. Ho instaurato nuovi dialoghi con persone intelligenti. Sono tornata a ridere dopo tanto tempo.
In realtà, però, mi sono resa conto che ho perdonato per egoismo, per stare meglio con me stessa. Dicono degli amici colti e preparati che il perdono è un sentimento imposto dal Cristianesimo e dal mondo occidentale. Certamente la religione che seguiamo è proprio fondata sull'umano concetto del perdono...forse perché il perdono è un elisir di vita: non puoi sempre stare in lotta con altri. Come e dove trovare la serenità per vivere quel che resta della nostra vita terrena, se non in noi stessi pacificati prima di tutti con il nostro io?
A volte, nonostante il perdono che dai...o che speri di avere, perdi strada facendo qualche persona amica e questo è un vero impoverimento nella tua vita. Mi sono recentemente impoverita!
Cerco sempre di non troncare alcun legame, anche quelli 'sentimentali' finiti, trasformandoli in complicità, affezione e affetto. Non sempre ci riesco. Ma ci provo...fors'anche facendo qualche sbaglio di sicuro. Se hai fatto un pezzo di strada di questa meravigliosa avventura che è la vita con qualcuno, anche se lo lasci indietro, per vicende varie, o le strade si separano, questo qualcuno rimane sempre un momento vissuto della tua vita...e perché dunque volerlo rinnegare?
Ho nuovi compagni di viaggio da questo anno, incontrati per caso: ma esiste il caso? O qualche legge della nostra mente che non conosciamo (gli psicoanalisti la conoscono assai bene...) ci predispone 'al caso', alla coincidenza che si verifica e che noi riconosciamo finalmente per la disposizione d'animo più aperta? Effetto della pacificazione con noi stessi, secondo il mio parere...
Mi guardo indietro per imparare ancora ma soprattutto ora guardo avanti. Il passato esiste solo dentro di noi nella nostra mente: mi diceva un mio amico e maestro, grande saggio, quaranta anni fa, in uno dei momenti più tristi della mia vta: vede Gabriella, questa nostra 'vitarella' va vissuta ricordando il passato nella consapevolezza che esiste solo nel nostro pensiero, guardi avanti guardi avanti: è lì la vita non dietro a noi...
In quel tempo non lo capivo e non gli credevo...ora ho capito...ho la sua stessa età di quando mi diceva con un sorriso queste parole, stringendomi forte il braccio.
'Grazie prof' ...glielo dico ora, in ritardo , ma vale lo stesso, vero?
Allora non ero ancora
Firuzeh
28 marzo 2010


sabato 5 dicembre 2009

Un orsacchiotto di peluche


Oggi torno in Italia dopo 5 settimane di studio nel Maryland e mi accorgo che è stata una esperienza eccezionale sotto molti punti di vista: scientifico senza dubbio, ma soprattutto umano. E ..anche climatico! Il sole dei giorni scorsi ha ceduto il passo ad una nevicata che ha imbiancato tetti e aiuole. Così nel giro di poche settimane ho sperimentato le 'quattro stagioni'.
Ho vissuto in albergo e mangiato tutte le sere al piccolo pub dell'albergo stesso. Ho spesso parlato con gli addetti, tutti giovani afro-americani, iniziando a conoscere meglio una parte di questo mondo. Sono diventati la mia 'famiglia' per queste settimane. Dopo un silenzio spesso protratto per tante ore in archivio, la mia voce è sempre uscita roca, ma per fortuna non dovevo solo ordinare cibo e bevande, ma ho potuto, in assenza di altra clientela, verso la fine della serata, scambiare impressioni con questi giovani. E così a mano a mano li ho conosciuti meglio. Ieri sera, la mia ultima lì, mi hanno fatto una sorpresa: un tavolino apparecchiato con una bella tovaglia bianca (non usa in questo tipo di locali) e sopra un delizioso piccolo orsacchiotto di peluche e un bellissimo cartoncino natalizio con tutte le loro firme. Il loro supervisor mi ha accompagnato al tavolo...e sono stata loro ospite per la cena! Ma si sono commossi anche loro quando ho mostrato quel che avevo scritto su questo blog in inglese appunto per far comprendere quel che intendevo dire loro nel ringraziarli. E non sapevano che avrei scritto il ringraziamento in inglese sul web!
Ecco: anche dal personale del front desk sono stata trattata più da amica che da cliente. Certo: è il loro mestiere, ma ci sono tanti modi per farlo e qui ci hanno messo l'anima...
Quanta umanità è uscita fuori da queste persone e quanto desiderio di 'parlare'. Forse in questo correre e affannarsi si è perso il senso di rapporti umani che non siano fatti solo di parole dette al volo e non pensate e quanto invece il ragionare insieme possa aprire a un dialogo anche persone tanto diverse di età differente provenienti da mondi lontani fra loro.
Questo orsacchiotto rappresenta una vittoria per loro e per me: questi giovani mi hanno messo a parte di loro progetti per il futuro e io ho narrato pochissimi brani della mia vita perchè ho preferito ascoltarli; li ho narrati perchè me lo hanno chiesto, alcune volte con gli occhioni sgranati. Rivedo come un flash alcuni momenti passati, non felici della mia vita, quei momenti che mi hanno mostrato deserti dell'anima, compresa la mia.
Ho deciso: questo orsacchiotto avrà un posto d'onore sulla mia scrivania già congestionata da mille carte, per ricordarmi, quando lo dimenticassi - e si sa che la mente umana perde continuamente neuroni - di un bel dialogo con persone che in un mese sono riuscite a darmi umanità e serenità.
Firuzeh

Goodbye Maryland! Goodbye friends!




Today it is snowing here in Maryland. I had the choice of a different weather in 5 weeks: sun shining and a warm climate, rain and snow. Not bad for only 36 days! Tomorrow I will fly home, a long fly, a tiring trip, so many hours and the famous jet lag that will be my companion for some days. But in Italy Tuesday is a festivity so that I can try to recover and think. I should be very happy because I am going home, and I am, really, but I cannot forget these 5 weeks in this University of Maryland College, a hotel of Marriott chain. As a matter of fact I am sad in a way. I have found here not only employees 'obliged' to be nice to customers, but some nice human beings who let me feel at home, when it is quite well known that...to be in a hotel for long time is rather...frustrating. There many ways of doing one's duty...and here they found the best way to do it for me.
Hi Miss Mary... as everyone calls you here: you understood my loneliness and found the way to make it lighter. The work of a scholar is always a lonely one and after being 8 hours in the Archives, in silent company of other researchers even the voice has some difficulty to come out and to be used: so the opportunity to talk to someone, to have a bite not alone, but in a nice atmosphere has been welcomed. And also the possibility of going to a very interesting exhibition exchanging opinions about it has been a different way of spending the only afternoon I allowed for myself, free from work.
Hi Andrews, Anja, Johnnise, Carmen, and all the others of the front desk, always ready to implement my requests, like the one of an electric extension, for example, or just listen to my words about researches, with a lot of patience.
Hi Elena, que tal! Hemos platicado tantas veces en su idioma, el espanol, porqué Usted es originaria del Salvador, si mi memoria no anda fallando. Me hablò de sus ninos, de su esposo, de su vida y yo de la mia. Experiancias distintas, pero vida comun. Que le vaya muy bien logrando felicidad y serenidad.
Hi Polly: you come from Brasil, but unfortunately I do not speak portuguese, though I understand it. Nice company in the morning during my quick breakfast.
And what to say about the young people in the two restaurants I have been all my staying here.
Heidi was the first one to welcome me in my very first evening here: I have to confess that though I know English I felt myself at loss because I realised...that I could not understand what you were saying to me. But by now, I understand since I got used to the accent of everyone.
Hi Melvin, young man, advising me about the best beers you are selling in the premises. When I walked in the 'Oracle at Adelphy', you and your colleagues, Valerie and Heidi, welcomed me as I was one of your family, always with a high level of respect, but also, after some days, with a warmth which it is not obliged in your work. You told me something about your dreams for the future and I think that you have to struggle to obtain them because they are quite reasonable and sound. And if you succeed, let me know: I will come and have an Old Dominion Stout. I pay the fare from Italy but you offer the beer!
Valerie nice girl doing well her job: you too have been cheerful and smiling to me.
A smile does not cost much but it has a wonderful revenue! And yours is a very nice smile.
Thanks to Mike, also: the young and gentle supervisor.
Thanks also to the girls I met in the Garden restaurant, Adanech, Azeb, Weiney, Hirute: they come from Ethiopia, a country I visited in my youth: I lived there for six months and I remember very well that period and the country. They were surprised at the fact that I knew Addis Ababa...Asmara...and I was remembering also the food...zighinì...Their smile too has been valuable for me.
It is certain I forgot someone, for example the housekeeper for myy room who comes from Bosnia.
Practically you meet people from all over the world!
In a way all of you acted as my family, with respect but with a human feeling I appreciated very much. So: MANY THANKS from the web!
Happy Xmas to all of you and a Happy New Year full of health and love.
This time exceptionally for you I will sign with the name you know and not with my Persian name, Firuzeh, I adopted for my blog.
Maria Gabriella

martedì 24 novembre 2009

Profumo di terra bagnata


Da due giorni nel Maryland piove e il cielo è grigio, ma non sono affatto triste, perchè...per me è primavera.

Anche la pioggia è importante: andando a piedi agli Archivi, ho visto gli alberi ormai completamente spogli di quelle foglie che ne erano state l'ornamento magnifico fino a due giorni fa. Così: protesi nella loro semplicità e nudità verso il cielo. Ma c'è un elemento nuovo: un magnifico profumo di natura bagnata, con tante sfumature diverse che accarezzano l'olfatto. Mi sono sorpresa a restare ferma e a cercare di carpire quei profumi così articolati e di distinguerne a mano a mano la diversa origine. Ecco: ho invidiato le proprietà olfattive dei nostri amici domestici a quattro zampe perchè l'insieme degli odori che mi arrivavano meritavano decisamente 'un naso' più allenato e più consapevole del mio umano deficitario olfatto.
Poi ho ripreso il cammino verso lo studio e nell'andar...si pensa...
Pensavo a Roma, al Gianicolo, dove spesso mi trovo a passeggiare e che in qualche modo e in qualche angolo, con i suoi alberi secolari, mi ricorda e mi ricorderà questo pezzo di terra americana, lontana dagli imponenti edifici di Washington...downtown, come si dice qui.
Una terra che ho imparato ad amare e che lascerò presto: so già che ne sentirò la mancanza. Non mi appartiene, come i deserti, non ho fatto un patto di sopravvivenza con lei, ma mi ha ridato 'la primavera', quella della mia anima angosciata e ferita, come un balsamo antico sopra una ferita profonda; un balsamo nutriente che sta riformando un tessuto connettivo importante, dopo l'esperienza di essere stata usata per sopperire ad altrui debolezze caratterialmente strutturali.
Il mio piccolo Genio, sempre più restio a ucire dalla Lampada, perchè anela ai suoi deserti, pur apprezzando questa natura, annuisce con convinzione ai miei pensieri...piccolo imbroglioncello: in realtà qui stai bene, anzi benissimo, ma non lo vuoi dichiarare per un malinteso senso di orgoglio. Perchè non dici che ti piacerebbe in questo momento afferrare la criniera di un cavallo e correre in mezzo agli alberi, gustando profumi e suoni ovattati di una natura che sta per andare in letargo? Perchè non dici che vorresti essere qui al suo risveglio, con altri profumi e altri suoni?
Ti vedo sorridere furbescamente. Ho colto nel segno! D'accordo, qui ci torniamo a primavera e poi....ce ne andiamo in qualche deserto...
Firuzeh

domenica 8 novembre 2009

Tornando a vivere...






Il sole è caldo ed è novembre qui a Washington, a Capitol Hill, uno strano novembre tiepido e gioioso e anche giocoso. Le foglie degli alberi hanno colori di sfumature diverse, anche in queste strade e e si vedono le ultime rose della stagione. Una piazza ricorda Abramo Lincoln, ma di fronte si erge un monumento ad una donna che molto ha fatto per l'integrazione dei non bianchi e degli antichi abitanti originari di queste terre, Mary McLeod Bethune. Di fronte ad Abe Lincoln, una scultura, drammatica nella sua rappresentazione, con tre personaggi, fa un contrasto di colore con quanto è intorno. Un monumento nero, una scultura vibrante, contro il cielo azzurro di un giorno che sembra sereno. E di fatto per me lo è. Mi aggiro lieve tra i banchi del mercato locale, gustando la vita che vi si svolge, attiva, pulsante, rumorosa. Non amo molto i rumori, cercando sempre il silenzio, ma bisogna accettare il brusio del mercato come segno di vita. Il mio piccolo Genio mi sembra rassegnato: si è animato di fronte ad un bel cesto di datteri, ma è rimasto delusissimo. Sono datteri di California e anche molto buoni...gliene hanno offerti alcuni che ha accettato con un grande falso sorriso di gratitudine; però poi ne ha mangiato uno, e onestamente ha detto il suo parere al riguardo. Questa volta non più immusonito, ma sorridente, ha deciso di rimanere fuori della Lampada e guardarsi attorno perchè questi vialetti di Capitol Hill sono attraenti. Capisce che vi sono altri mondi, altri modi di vivere, lontani dal suo modo di essere e di amare la natura: quella dura, calda, fatta di polvere e di sabbia, di cammelli e di odori forti, di stracci e di spazzatura nelle strade, con un disordine eloquente, con la voce del muezzin e il traffico caotico: o con il vento del deserto che ti secca la gola e ti entra negli occhi.
Qui è tutto così ordinato, così 'normale', esteriormente così 'borghesemente' bello. Bisogna sempre vivere sull'orlo del precipizio o prendere una via agevole? I ricordi si affollano e vanno a quando il Male ha cercato di buttarti giù, di farti sprofondare in quel burrone profondo che è la negazione di se stessi, la sensazione che tutto o quasi non ha più senso. E allora ti sei aggrappato ad un ramo sporgente e a poco a poco sei tornato su: hai ripreso il cammino ma cerchi di stare lontano dal Male: ormai lo hai riconosciuto e devi fare in modo che non si avvicini a te, perchè hai paura delle tue reazioni. Potresti ferirlo a morte e non vuoi farlo, hai cercato di non farlo per tutto questo tempo. Oggi a Capitol Hill, in mezzo alla vita e con negli occhi la statua di una donna forte che ha lottato contro un mondo difficile, senti che il perdono che gli hai concesso vale la tua vita, la tua pace interiore, ma il Male forse non ha capito che perdonare non significa dimenticare...oggi a Capitol Hill il sole ti sorride e senti le spalle leggere, non ci sono pesi che gravano come un cielo in tempesta. Oggi ti manca il tuo deserto, ma ti rendi conto che quello dell'anima sta riprendendo vita, anche se la stanchezza è ancora profonda. Molto profonda. Ma che importa, se si torna a vivere?
Firuzeh

venerdì 6 novembre 2009

A spasso nel Maryland


Io amo i deserti, ma oggi sono nel Maryland: una natura bellissima con un autunno glorioso che regala foglie di ogni colore, dal verde al giallo a tutte le sfumature di un rosso caldo, invitante. Grandi alberi e una autostrada a due piste per corsia dove vanno come razzi le automobili. Ed io, raro pedone (perchè tutti hanno la macchina qui e vanno a piedi solo i poveri, quelli che fanno footing e gli 'svitati' come me), mi avvio con la mia cartella al lavoro in Archivio come uno studentello squattrinato. Venti minuti con le macchine che sfrecciano, ma quando i lontani semafori le fermano per almeno due minuti, io mi godo con gli occhi e con la fantasia questo angolo di mondo: non è il mio amato deserto, ma qualcosa mi dice che appartengo anche a questo spazio. Il cielo oggi è molto terso e soffia un vento sottile, insinuante, freddo, ma non gelido e inizia a parlarmi. Forse è un vecchio amico: ma sì, è sempre lui, sotto altro nome e altre vesti, il mio grande amico che mi accompagna spesso e anche oggi mi sussurra parole dolci, balsamo dell'anima. Il mio piccolo Genio ha freddo e non esce dalla Lampada: si sente solo la sua vocina che chiede di tornare sulle dune al caldo. Gli rispondo che non bisogna essere noiosi e banali e che bene gli farebbe uscire dal bozzolo per vedere il resto del mondo. Oggi sono allegra: il Male è lontano e quasi mi sono dimenticata della sua esistenza. E finché sarà lontano, non mi può nuocere. Debbo tenerlo lontano in qualsiasi modo: ancora non so come, ma lo farò. Il vento del Maryland mi dice che ce la farò e io continuo ad andare, con una strana serenità che non avevo da tanto tempo. Sorrido da sola e non mi accadeva da molto tempo. Che lo Spirito degli abitanti originari di questa terra abbia forse deciso che sono degna di un suo sguardo benevolo, visto che con umiltà cerco di vedere con la fantasia anche quello che non è più possibile vedere? Se così è, il Genio ed io ci prostriamo devotamente davanti a lui con mente aperta e animo sincero. Mandami un cavallo, o Spirito, che veloce mi porti nelle tue praterie, lasciando dietro il dolore che il Male mi ha provocato in questi ultimi due anni. E chiedi al Vento di accompagnarmi dove tu vuoi.
Firuzeh

martedì 6 ottobre 2009

La primavera...in autunno

E' vero, il 21 marzo è primavera, ma questa può arrivare in qualsiasi momento...anche in autunno, con le foglie che cadono sui Lungotevere di Roma e un particolare rosso tramonto che ti dice: oggi si volta pagina, mia cara. E il Genio - visto che ho strofinato la Lampada - mi gironzola attorno con discrezione, ma molto attento e con tanta sensibilità e dolcezza, cercando di dirmi che tutto è passato, che la malattia è ormai scongiurata e che per ora la vita è tutta in discesa...certo non per sempre, ma che importa! Oggi è così.
Oggi il Male si è allontanato e quindi la primavera è arrivata. Si ricomincia a vivere e a guardare lontano, con tanta stanchezza, ma con la consapevolezza che uscirò fuori dalla porta di casa con il mio kit di fiducia nella vita: occhiali scuri a mosca, foulard antisabbia, una 4x4 e via nel vento, amico mio da sempre sulle dune della mia permanenza qui. E tu mio Genio naturalmente sarai con me perché ogni volta che andiamo nel deserto rifiorisci...anche se a volte continui ad essere angoloso e spinoso; anche se ormai, lasciatelo dire, non essendo molto giovane, dovresti essere più tollerante verso le miserie della vita e godere solo gli aspetti più nobili del passaggio terreno.Vero è che solo di fronte al pericolo e alla Morte, la 'Signora', si tira giù la maschera, svelando il vero volto. Poi ci si rimette la maschera, 'tutti pronti, si va in scena!'. La farsa ricomincia.
Firuzeh

martedì 29 settembre 2009

Fuga da Itaca

E’ inutile fuggire. Come scriveva Konstantin Kavafis nel suo poema Ithaca a proposito di Ulisse e della sua isola dalla quale si allontanava sempre, Itaca siamo noi stessi e volercene andare non è altro che fuggire dai nostri problemi, tentare di cancellare errori e dolori con una fuga. Affrontarli è difficile, perdonarceli, ancora di più…Strani pensieri sulla sabbia di una piccola baia sull’Oceano Indiano verso il tramonto.

Può sembrare difficile vedere mare e cielo in bianco e nero, uniti in un mix tendente al grigio!! Ma se il sole è velato da una foschia originata da una forte calura giornaliera e, al tramonto, state guardando i profili delle rocce in controluce, ebbene i colori sfumano in varie tonalità di grigio. Le barche dei pescatori si stagliano contro il sole divenendo delle sagome nere dai contorni particolarmente nitidi. Incredibilmente credi di poter fissare il sole, anch’esso….d’un grigio quasi tenero. Sul grande scoglio di fronte a Ras Al Hamra, si posano altre piccole sagome, veloci: alcuni dei tanti uccelli che vivono tra gli alberi e i cespugli di questa spiaggetta tanto bella quanto maltenuta, con bottiglie di plastica buttate lì dopo un frettoloso bagno: niente di nuovo dunque nemmeno in questo lembo di Oceano Indiano. Però alzando lo sguardo verso uno sperone dove una volta c’era fino a poco tempo fa una villa d’altri tempi con gran giardino, e ora lo scheletro di un palazzo in costruzione, astraendosi dunque da ciò che è intorno a noi, torna l’incanto delle barche dei pescatori che cercano i granchi che vivificano le rocce e il bagnasciuga, delle lumache di mare attaccate a due lastroni di cemento armato arrugginito, che in altri tempi agevolavano la discesa a mare delle barche. Il tramonto, tenero e gentile in questa giornata afosa, nasconde le bottiglie di plastica e mette ancora una volta in risalto il profilo delle rocce. L'animo si calma e la mente si rasserena: la tempesta è dentro di noi, ma il vento sta calando; i ricordi si attenuano e sono lontani, non solo fisicamente...la notte scende rapidamente, come sempre, quanto più ci si avvicina all'Equatore. Il silenzio si affaccia timido sulla piccola baia e come miracoloso unguento orientale arriva sulle ferite dell'anima e le lenisce, sia pur per un poco. Sempre meglio così, vero mio amico Genio che rientri rapidamente nella Lampada, non appena senti odor di tristezze? Continua invece a volteggiare in questo tuo mondo incantato dove non vi sono confini tra la realtà e fantasia che sfuma la realtà come un sogno lontano...

Firuzeh

Un deserto dell'anima: l'ipocrisia

Ti guardi attorno e credi di conoscere delle realtà. Te ne hanno parlato a lungo; hai verificato che quel che ti hanno detto è o sembra essere la verità. Poi all'improvviso vedi un quadro diverso e non capisci più quale sia la realtà. Allora ti viene in mente il vecchio concetto della 'facciata' che credevi sepolto da tempo nel XXI secolo; quella 'facciata' contro la quale in tempi lontani hai combattuto, quando era molto diffusa e frantumarla significava essere messi al bando. Non hai messo in conto che molto spesso l'ipocrisia è connaturata per alcuni esseri umani come una seconda pelle. Tentano di sbarazzarsene, ma non ce la fanno, spesso per opportunismo, per convenienza, per praticità, per routine. Trovo l'ipocrisia uno degli aspetti che più mi disturbano nel mio prossimo, ma devo ammettere che è molto più diffusa di quel che non si creda o non si veda e che comunque è pagante anche nella società odierna. Mi illudo che i giovani lo siano di meno di una classe di età più adulta ancora legata a schemi di un tempo che credevo passato. Se poi unisci all'ipocrisia un sano egoismo opportunista, allora il quadro è completo. Le sfaccettature di un essere umano sono molte. Realisticamente bisogna riconoscere che l'ipocrisia, sommamente utilizzata, comporta i suoi frutti, assai succosi spesso, e quindi "viva" l'ipocrisia e soprattutto chi sa utilizzarla da vero professionista, ben orientandosi tra una mezza verità e una mezza bugia.
Ecco perché poi me ne vado nel deserto dove solo il vento mi parla, mi urla nelle orecchie e il vento, da qualsiasi parte arrivi non è mai ipocrita, specialmente il khamsin, uno dei venti del deserto del Sahara. Mi fa girare la testa e mi solleva come la sabbia, e poi mi lascia scendere dolcemente a riprendere il mio cammino in un panorama sempre mutante e sempre uguale a se stesso. Potrebbe essere una buona soluzione avviarsi tra le dune e non tornare mai più indietro.
Firuzeh

Un dialogo divertente...ma vero

Attori: il Corpo (anni…dopo i 50) e la Mente.

Mente: “dunque, preparati che ora (sono circa le 20.00 di una normale serata) dobbiamo andare con amici al cinema o a teatro…”

Corpo: “sei scema; io di qui non mi muovo. Mi hai fatto fare la spesa, correre dietro vari autobus; mi hai portato in palestra e ora pretendi con una doccia, di portarmi in giro”

Mente: “ti prego; ho lavorato tutto il giorno tra casa, ufficio e computer. Comprendimi: ho voglia di svagarmi un po’; in fondo non è così difficile; solo un poco di buona volontà…e andiamo a rilassarci con un sano divertimento"

Corpo: “non se ne parla proprio. Fai una telefonata e disdici; la prossima volta, se hai velleità culturali serali, lasci stare la spesa, gli autobus e quel che ti pare, ma non la palestra: chiaro? Perché quella mi serve, più del pane. Mi dai un riposo pomeridiano e poi dopo posso darmi ad attività a tuo beneficio esclusivo. Capito?” [il solito egoismo maschile...nota dell'Autrice]

Il Corpo non andò al cinema e la Mente capì che doveva tener conto ormai dei voleri del Corpo, mentre prima non lo aveva quasi mai fatto: gli anni erano passati e aveva perso gran parte della sua autorità sul Corpo; ma rimanevano sempre amici cari legati a doppio filo e con buon senso potevano continuare ad andare d’accordo, come nel passato. E la Mente con dedizione davvero femminile dovette iniziare ad accettare i piccoli grandi egoismi del suo compagno.

Firuzeh

mercoledì 23 settembre 2009

In Africa

Etiopia, Addis Abeba, inizi anni settanta. Una grande voglia di fuggire da Roma e per studio riuscii ad andare ad Addis. In loco mi prestarono una Rover e io poi mi comprai una vecchia Fiat 1500 con cambio al volante e in seguito un fuoristrada russo, UAZ, anch'esso assai vetusto. Faceva lo 'shimmy', cioè entrava in vibrazione assurda raggiungendo i circa settanta chilometri orari, tenere il volante era una bella impresa, ma appena si superava quella velocità, la UAZ ritornava tranquilla...si fa per dire, perché rombava come un vecchio aereo bi-elica sul punto di esalare l'ultimo...giro!
La vecchia UAZ però ha fatto il suo servizio bene e mi ha portato su piste difficili, ha guadato fiumi, ha portato a caccia me e i miei amici. Che caccia poi? Beata gioventù: andavamo di notte a caccia di lepri con il faro della mia Uaz a illuminare il terreno. In questi casi lasciavo la guida ad altri, ma la mia mira era assolutamente 'fallibile'. Ricordo il primo sparo con il fucile prestato e il rinculo del colpo che mi piazzò seduta in modo violento sul sedile, io che spavaldamente stavo in piedi nonostante la vettura fosse in rapido movimento. Non ho mai preso una lepre e quindi mi rimisero alla guida, dove invece ci sapevo fare.
Un'altra volta, con amici uscimmo da Addis verso il confine con il Kenya, per andare a caccia e soprattutto vedere quello che noi chiamavamo 'il Lago degli Uccelli'. La fauna pennuta di questo lago era più che numerosa: il rumore era infernale; dovevamo urlare per sentirci fino al momento del tramonto. Un momento di rara magia: in poco più di un minuto il sole tramontava e in quello spazio di tempo brevissimo si passava dal suono delle voci degli uccelli al silenzio più spesso, più compatto. Le tenebre, arrivate con rapidità, avevano riportato l'assoluta calma sul lago. L'animo e la mente potevano rilassarsi e gli occhi guardare il cielo con animo quieto, godendo della bellezza di una natura particolare..
Dopo una battuta di caccia, con un buon numero di fucili in macchina, rientrammo in Addis, molto meravigliati di non trovare il consueto caos domenicale del rientro in città. Arrivammo a casa alla Salcost (il complesso della Salini Costruzioni), pronti a cambiarci per andare ad una cena elegante: fortuna volle che telefonammo per dire che eravamo in ritardo. La cena era stata annullata; il Negus era stato defenestrato ed era in vigore il coprifuoco...e noi non avevamo capito niente, tornando con beata incoscienza da un lungo week end fuori città, con armi nel bagagliaio della macchina. Non avevamo incontrato un posto di blocco; certo: tutto era stato troppo calmo, ma, ci dicemmo, guardandoci negli occhi: eppure abbiamo visto alcune biciclette andare tranquille! Ma ad un tratto ricordammo: avevamo sentito di notte strani colpi di tamburi nella boscaglia (dormivamo in tenda non troppo vicino al lago, con i fuochi accesi), colpi che erano quasi un botta e risposta; quel linguaggio però non ci apparteneva e non avevamo capito, anche se quel rincorrersi di segnali di tamburo ci aveva provocato un oscuro e forte senso di disagio.
Quella sera non uscimmo più. Poi la vita riprese nella sua routine, dove era entrato anche il coprifuoco, routine anch'esso. Perché poi quasi tutto diventa routine.
Firuzeh

domenica 20 settembre 2009

Il silenzio

Cerco da sempre il silenzio; non parlo solo di quello che trovo fra i boschi o sola di fronte all'Oceano Indiano...mi riferisco anche al 'silenzio parlato'. In questi giorni sto rifiutando di vedere telegiornali e vari salotti televisivi dove, per fare audience soprattutto, si parla di quel che è successo a Kabul... Ricordo bene quella strada che si percorreva obbligatoriamente per andare o venire dall'aeroporto...ricordo il ponte dove la strada si restringeva pericolosamente. Sotto il ponte vi era il letto di un fiume molto ampio, secco, solo con alcune pozze d'acqua dove i locali lavavano ogni giorno le loro macchine. Sarebbe stato divertente fare qualche foto, ma sapevo benissimo che proprio lì non ci si poteva fermare perché l'attacco poteva essere facile. Qualcuno, un civile come me, sul mezzo, chiese appunto di fermarsi per fotografare e gli fu risposto come si doveva in modo duro non siamo in franchigia!
Quando si usciva solo con una macchina per vedere o intervistare qualcuno, le strade che facevamo erano sempre diverse, ma con altri mezzi, era difficile evitare sempre 'quella lunga trafficata strada obbligata' per certi percorsi e ricordo come era difficile evitare che nel caotico traffico afgano qualche vettura si introducesse nel convoglio militare.
Chi ci accompagnava non faceva quasi mai trapelare nervosismo, nemmeno quando andammo a visitare una prigione per consegnare alle donne che erano lì ristrette alcuni regali: eravamo un piccolo convoglio, perché poi in seguito dovevamo recarci fuori Kabul. Il Direttore del carcere non era presente, nonostante fosse stato avvertito in precedenza. Siamo stati fermi ad aspettarlo per una mezz'ora circa. Come al solito non parlo mai in queste circostanze per pudico timore di dire sciocchezze 'militari', ma ricordo bene che passai quella mezz'ora con nervi a fior di pelle: quell'attesa di un qualcuno che era stato avvertito del nostro arrivo, mi piaceva assai poco, ma come al solito mi dicevo che..avevo una fantasia troppo attiva. Parlo una delle lingue degli afgani e cercavo disperatamente di comprendere quel che si diceva. L'interprete locale parlava un inglese molto approssimativo e per quel poco che io riuscivo a capire, non mi sembrava proprio che traducesse tutto e letteralmente.
Arrivò poi il Direttore, con una divisa nuova o quasi di zecca, del tipo rutilante come un albero di Natale, e allora capii forse l'origine del ritardo.... Entrammo nelle carceri e tirai un sospiro di sollievo.
Oggi che nella mia mente si affollano tanti ricordi cerco il silenzio. Non guardo la televisione; non riesco quasi nemmeno a parlare con chi condivisi tante esperienze.
Domani è un altro giorno, ma la cicatrice si è riaperta e il dolore affatica di nuovo il mio cuore.
Firuzeh


venerdì 18 settembre 2009

Seconda lettera alla 'Signora'

Gentile Signora, ieri Lei ha spuntato dal Suo elenco, tra gli altri, anche sei nomi di quella lista 'speciale' che tiene in serbo, quella dove l'età e la malattia non contano.
Li chiamiamo da tempo 'soldati di pace' perché è politically correct, senza renderci (o forse ce ne rendiamo perfettamente conto, ma vince l'ipocrisia) che questa dizione è una contraddizione in termini. Mi sono sempre chiesta poi dove era la pace in Iraq e in Afghanistan; dove è in quella lontana terra? Dove le Voci, che non si sentono, gridano invece con violenza 'guerra...guerra...guerra' !
Lei, cara Signora, che conosce ogni dettaglio della mia vita, essendone ormai l'unica padrona, sa quanto io ami quelle regioni e come il mio cuore soffra anche per quei poveretti di lingua dari, pashtun che Lei ha deciso di cancellare dal suo elenco generale.
Ma come già ebbi a dirLe, comprendo che Lei ne sa più di me e mi inchino ai Suoi voleri.
So che Lei non ha pietà per nessuno: forse per questo nella tradizione artistica del nostro Bel Paese e in altri anche, viene raffigurata piuttosto 'scheletrica' con una falce in mano, spettrale, tetra. Forse è proprio così, ma io amo raffigurarLa - considerato che amiamo le rappresentazioni antropomorfiche - come una Signora, severa certamente, ma gentile che può donare alla fine la vera pace, anche con un sorriso. A volte dopo molte sofferenze, altre rapidamente.
Ora, Signora, ho bisogno ancora di tempo: devo riuscire a perdonare chi mi ha fatto molto male, dicendo per altro che non avrebbe 'voluto' farmi questo, ma agendo con superficialità e egoismo...come un normale essere umano, con le sue debolezze e le sue grandi fragilità. So di essere più forte, ma devo soprattutto riconciliarmi con me stessa, con quel perdono che ancora mi rimane difficile dare.
Il Suo aiuto consiste solo nel darmi tempo: quello che Lei vuole e reputa giusto, nella Sua saggezza. Sono sempre una Sua devota 'amministrata', ma
non ancor Sua,
Firuzeh


giovedì 17 settembre 2009

Oggi non posso tacere

Oggi veramente non posso tacere di fronte a quanto successo in Afghanistan. Si rinnova un dolore profondo, vissuto in prima persona nel 2003. Si crede di aver definito per sempre una cicatrice, come se si fosse potuto passare del silicone sigillante sopra una ferita, invece quella si riapre e continua a sanguinare. Ti chiedi perché e allora inizi a telefonare a tutto coloro che in quel momento ti furono vicini o con i quali hai compartito quelle vicende. E non sai il motivo per il quale lo fai: forse perché solo loro possono capire quello che tu senti in questo momento risentendo ambulanze, vedendo volti di soldati fieri ma attoniti, come lo eri tu in quel momento. E soprattutto non capisci perché: sei uno storico, hai vissuto in mezzo a loro, ne parli la lingua e...non riesci a comprendere molte 'cose' e pensi che non è veramente giusto e leale un tributo come questo...perché non capire dove e come stiamo sbagliando? Tu hai le tue idee, ma non le puoi esporre...tanto ti direbbero che sei tu che sbagli.
E allora mi tengo le mie idee e il mio dolore profondo dentro di me; ma da storico capisco che questo è il karma della politica. Lo è sempre stato e così sarà per quella terra di 'mezzo' che è l'Afghanistan.
Firuzeh

martedì 25 agosto 2009

Sicilia d'agosto

Sicilia d’agosto: un caldo soffocante e un invito a pranzo per le ore tredici! Periferia di Palermo: una volta 'campagna' per i possidenti, dove andare per ripararsi dalla calura. Entro in una villa della Trinacria ottocentesca! Salgo per una bella scala di pietra antica che porta ad una serie di stanze ‘gattopardesche’. Entrando a sinistra, un grande armadio di noce chiara nasconde un altare completo, una piccola cappella domestica dove i Baroni P..., padroni di casa usavano dire le loro devozioni e qualche pretino locale probabilmente vi celebrava messa in momenti particolari.

E poi, posti con cura in vetrinette o su tavolini, oggetti di gran gusto di un’epoca ormai passata, ventagli di ogni forma ed eleganza, e le foto di famiglia: quelle dei matrimoni di bisnonni, nonni e genitori; i ritratti degli antenati in divisa dell’Esercito della nuova Italia unita, indossate dai gentiluomini siciliani che credevano nel nuovo corso e che comunque accettarono, per convinzione o per dovere, la realtà sabauda al posto di quella borbonica ormai disfatta.

Ecco la foto di una fanciulla con capelli assai lunghi e una postura timida, come si addiceva sicuramente alle nobili non ancora maritate: la mia giovane ospite mi racconta che quella donna era una sua zia morta ultracentenaria, e mentre parla io rivedo in lei la sua antenata…

Vado nella grande terrazza, che una volta era quella riservata alla padrona di casa, perché ad essa si accedeva solo dalla sua stanza da letto, ora diventata un elegante salotto.

Mentre cammino nella terrazza e continuo il mio giro per la villa, mi rendo conto che un affollato mondo di presenze eteree mi accompagnano benevolmente, forse chissà ridacchiando, dietro a raffinati ventagli, dei miei pantalonacci informi di cotone, del mio sgraziato cappellino di raffia e della mia macchina fotografica brandita come una minaccia, mentre loro con grazia fanno volteggiare le crinoline di mussola leggera, sotto bellissimi leggeri cappelli di paglia. Questo deve essere il solito scherzo del Genio che ama sempre farmi ritrovare improvvisamente, come per incanto, in mezzo a persone che non conosco Io sorrido e mentre abbraccio l’attuale padrona di casa, comunque ringrazio mentalmente quelle dame, per avermi fatto intravedere con la loro presenza, un aspetto piacevole di un mondo ormai scomparso, perché non tutto il quel mondo era piacevole e solo pochi eletti potevano disporre di ville di campagna, quelle stesse ville che ora ai più rimane difficile mantenere!

Mentre mi allontano in macchina, da un ornato terrazzino sulla facciata, una giovane donna in bianco mi saluta: sei tu, Piera o è la tua ava?

Firuzeh

L'Attesa

Attendere è difficile. Necessita di grande pazienza, perseveranza, speranza e anche disperazione, a volte. Attendere cosa? Una notizia, una telefonata, un appuntamento, un segnale…il nemico, come nel ’Deserto dei tartari’? O attendere il nostro ‘Godot’. Le attese sono complesse e logoranti; raramente vengono ricompensate da momenti piacevoli. E’ connaturata alla natura umana, l’attesa per qualcuno, qualcosa e poi quando si ha coscienza della vita, senza saperlo si attende comunque Lei, la nobile inflessibile Signora che avrà il potere di sopire per sempre qualsiasi attesa.

Firuzeh